KH-PRESSE – ALTO ADIGE – Venerdì 21 agosto 2026

{ L’IDEA – A Monaco di Baviera }
una „GalLeriA“ d’arte nell’ex bagno pubblico
von Jeanne Perego


Un vecchio pissoir per uomini di 8 metri quadrati trasformato in uno spazio che incontra gli artisti
A Monaco, c’è uno spazio espositivo che non è uno spazio espositivo. Non è una galleria, non è un museo, non è un off-space. E soprattutto, non è nemmeno davvero un luogo dove „mettere“ delle opere d’arte.
E un vecchio pissoir, un bagno pubblico per uomini die circa 8 metri quadrati a un ingresso della Großmarkthalle, il grande mercato all’ingrosso della capitale bavarese. Si chiama Das KloHäuschen, letteralmente „la casetta del gabinetto“, e da quasi vent’anni è uno dei più singolari esperimenti artistici della scena contemporanea monacense.

L’idea di Anja Uhlig
A scoprirlo, nel 2006, è stata Anja Uhlig, anima e ideatrice del progetto, che all’epoca era appena arrivata nel quartiere. „Ero seduta in un caffè di fronte e vedevo quella piccola costruzione e la porta chiusa. Pensai che avrebbe potuto diventare un atelier per me“. Quamdo riuscì finalmente a entrare , fu amore a prima vista: „Le piastrelle color vaniglia, l’architettura particolare deggli orinatoi, la parete in vetrocemento!“, racconta. Ma soprattutto Uhlig ebbe la sensazione di aver trovato qualcosa di prezioso: „Uno spazio dimenticato, in una città come Monaco dove ogni metro quadrato sembra già programmato come destinazione d’uso e ha un prezzo. Saper di aver trovato un tesoro: dovevo solo trovare il modo perché quante più persone possibile potessero riconoscerlo“.

Il suo percorso verso l’arte, del resto, non era stato lineare. „Con l’arte ho avuto a che fare praticamente da sempre“, racconta. Non aveva però studiato arte: prima un breve passaggio a Scienza della cultura all’Università di Passavia, con specializzazione nell’area cultura italiana, poi economia e informatica economia. Dopo la laurea aveva iniziato lovorare come consulente IT a Monaco, „Ho ridotto molto presto il lavoro a un contratto a tempo parziale, in questo modo mi sono conquistata, passo dopo passo, il tempo necessario per capire che cosa significasse per me lavorare artisticamante e che cosa potessi fare“.
La risposta è arrivata con quel piccolo edificio di servizio del mercato. Nel 2009 Uhlig riesce finalmente prenderlo in affitto. Ma il progetto non consisteva semplicemente nel trasformare un vecchio bagno in una minuscola sala d’arte. Anzi, proprio questo è ciò che Das KloHäuschen rifiuta di essere. „Mi è diventato sempre più chiaro che quegli otto metri quadrati dovevano essere veramente liberi da interessi economici o egocentrici“, spiega Uhlig. „Il KloHäuschen non doveva più essere uno spazio utile, nemmeno utile per esporre arte“.
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Anja Uhlig, anima e ideatrice del KloHäuschen: mi è diventato sempre più chiaro che quegli 8 metri quadrati dovevano essere liberi da interessi economici o egocentrici.
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Il recupero
È qui che sta l’idea più interessante del progetto: il luogo non è un contenitore neutro, è un interlocutore. L’artista invitato non deve semplicemente adattare un’opera a uno spazio insolito, ma lavorare con quello spazio. „Volevo creare una situazione in cui il luogo potesse incontrare i suoi ospiti, gli artisti e le artiste, sullo stesso piano. In modo che potessero realizzare insieme opere che sarebbero state possibili soltanto grazie alla combinazione tra questo spazio e i suoi ospiti“. Come se, dice Uhlig, „due artisti – Das KloHäuschen e il suo ospite – lavorassero insieme a un progetto“.
Anche il ricupero del piccolo edificio è stato meno spettacolare di quanto si potrebbe immaginare. Quando Uhlig lo scoprì, era già bellissimo. „Doveva soltanto essere pulito“. La porta, in seguito, è stata dotata di una lastra in acrilico trasparente, cosè da permettere ai passanti di guardare dentro. Da allora Uhlig ogni tanto ridipinge gli interni e, soprattutto, continua a occuparsi personalmente delle pulizie. Un dettaglio che fa sorridere, ma perfettamente coerente con la filosofia del progetto: l’arte contemporanea, qui, non vive separata dalla vita quotidiana.
La KloHäuschen Biennale
Dal 2009 l’ex pissoir ha infatti ospitato trasformazioni improbabili: è diventato una grotta, un bosco, una casa vacanza, un’aula, un’area di riposo, perfino un padiglione bulgaro alla Biennale di Venezia. È stato fatto lampeggiare, allagare, addormentare, sonorizzare, danzare. E proprio questa imprevedibilità è la sua cifra. Una volta ogni due anni, inoltre, il progetto cambia registro e diventa ufficialmente sede della KloHäuschen Biennale, nata nel 2012: nel 2026 si è appena svolta l’ottova edizione.
Ogni Biennale, racconta Uhlig, viene costruita da zero e costituisce „una vera e propria opera artistica“ autonoma, con artisti, curatori e collaboratori chiamati a interrogarsi su ciò di cui il KloHäuschen ha bisogno per produrre la propria mostra internazionale.
Il progetto è sostenuto nei costi di gestione dal Kulturreferat della città di Monaco, mentre per iniziative più grandi Uhlig si rivolge anche a fondazioni culturali. Ma il vero capitale del KloHäuschen resta il tempo: quello necessario per permettere al luogo e agli artisti di incontrasi senza una finalità prestabilita.
In quasi diciotto anni sono nate anche storie curiose. Uhlig racconta di incontrare talvolta persone che, appena la riconoscono, esclamano: „Ah, sei tu quella del KloHäuschen!“, per poi ricordarle un episodio o un’opera vista anni prima. Ma una reazione l’ha colpita più dalle altre. Una ragazza di 19 o 20 anni, imcontrata circa due anni fa, le disse: „Il KloHäuschen? Ma esiste da sempre!“ La giovane aveva vissuto da bambina nel quartiere e ricordava di essere passata davanti a quel luogo, osservandolo. „Mi ha commosso molto l’idea che per qualcuno il KloHäuschen sia qualcosa che c’è „sempre esistito““, racconta Uhlig. In quella frase c’è forse il ricoscimonto più bello per un progetto nato proprio dal desiderio di restituire un luogo alla città.

In questo periodo il piccolo pissoir ospita „Platzhalter / Front Row“, opera dell’artista monacense Gabi Blum, una mostra nata quasi per caso, e proprio per questo perfettamente in sintonia con il KloHäuschen.L’artista aveva concepito l’installazione per la „Donumenta 14“ di Ratisbona, ma la sua permanenza nello spazio pubblico era stata interrotta anticipamente dalla città. Il KloHäuschen, rimasto improvisamente senza ospite per l’estate, ha intercettato quella storia u ha invitato Blum a trasferire l’opera a Monaco.
Il risultato, osserva Anja Uhlig, è sorprendente: un lavoro nato per un altro contesto sembra adattarsi al piccolo ambiente „come entrambi – Das KloHäuschen e „Platzhalter / Front Row“ – si fossero già dati appuntamento“.
Non c’è dunque una spiegazione univoca che il pubblico debba portarsi a casa. „Quello che i visitatori porteranno con sè o riconosceranno, dalla storia o dalla situazione che Gabi Blum ha creato qui, naturalmente non lo so“, ammette Uhlig. Ed è proprio questo, secondo lei, il bello: ogni persona può trovare „il proprio accesso“ e frasi le proprie domande.

In alto il vecchio bagno per uomini a Monaco,
sotto „Platzhalter / Front Row“, opera dell’artista monacense Gabi Blum ospitata in questo periodo.
In basso l’edificio e a destra Anja Uhlig

Das italienische Original gibt es in der Druckausgabe der Tageszeitung ALTO ADIGE vom 21. August 2026. Hier die Übersetzung ins Deutsche (übersetzt vom KloHäuschen):
Eine Kunst-„GalLerie“ in der ehemaligen öffentlichen Toilette
von Jeanne Perego
Ein altes Pissoir von 8 qm transformiert zu einem Raum, der Künstler* trifft

In München gibt es einen Ausstellungsraum, der kein Ausstellungsraum ist. Es ist keine Galerie, kein Museum, kein Off-Space. Und vor allem noch nichtmal wirklich ein Ort, in den man Kunstwerke „ausstellt“.
Es ist ein altes Pissoir, eine öffentliche Toilette von ca. 8 qm, am Eingang der „Großmarkthalle“, dem großen Großhandelsmarkt der bayerischen Landeshauptstadt. Es nennt sich Das KloHäuschen, wörtlich übersetzt „la cassetta del gabinetto“, und seit fast zwanzig Jahren ist es eines der einzigartigsten künstlerischen Experimente der zeitgenössischen Kunstszene in München.
Die Idee von Anja Uhlig
Diejenige, die es 2006 entdeckte, war Anja Uhlig, Seele und Initiatorin des Projekts, die damals gerade neu im Viertel angekommen war. “Ich saß im Café gegenüber und sah das kleine Haus und die verschlossene Tür. Ich dachte, es könnte mein Atelier werden.“ Also es ihr endlich gelang, es zu betreten, war es Liebe auf den ersten Blick. „Die vanillegelben Kacheln, die spezielle Architektur der Urinale, die Sichtschutzwand aus Glasbausteinen“ erzählt sie. Aber vor allem hatte Uhlig das Gefühl, etwas Wertvolles gefunden zu haben: „Einen vergessenen Ort, in einer Stadt wie München, in der jeder Quadratmeter schon zu einem Nutzen verplant scheint und einen Preis hat. Ich wußte, ich hatte einen Schatz gefunden, ich mußte nur die Form finden, damit möglichst viele Menschen ihn erkennen können.“
Ihr eigener Weg zur Kunst, war nebenbei auch nicht geradlinig. „Mit Kunst hatte ich eigentlich schon immer zu tun“, erzählt sie. Allerdings hatte sie nicht Kunst studiert: nach einem kurzen Ausflug in das Studium der Kulturwissenschaften an der Uni Passau, mit Spezialisierung auf den italienischen Kulturraum, studierte sie Wirtschaft und Wirtschaftsinformatik. Nach dem Diplom begann sie als IT-Beraterin in München zu arbeiten. „Ich sehr bald den IT-Job soweit wie möglich auf Teilzeit reduziert, und so habe ich mir Schritt für Schritt die Zeit geholt, um herauszufinden, was es für mich selber bedeutet, künstlerisch zu arbeiten und was ich da machen kann.“
Die Antwort kam dann unter anderem mit diesem kleinen Toiletten-Gebäude am Großmarkt. 2009 gelingt es Uhlig es endlich mieten. Aber das Projekt besteht nicht einfach darin, ein altes Klo in einen Ausstellungsraum zu transformieren. Im Gegenteil – es ist genau das, was Das KloHäuschen sich weigert zu sein. „Mir wurde immer klarer, daß diese 8 Quadratmeter wirklich frei sein sollen von wirtschaftlichen oder anderen egozentrierten Interessen. Das KloHäuschen sollte kein “Nutzraum” mehr sein, sogar nicht einmal nützlich zum “Ausstellen” von Kunst.“
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Anja Uhlig, Seele und Initiatorin vom KloHäuschen: mir wurde immer klarer, daß diese 8 Quadratmeter wirklich frei sein sollen von wirtschaftlichen oder anderen egozentrierten Interessen.
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Und hierin besteht die interessanteste Idee des Projekts: Der Raum ist kein neutraler Behälter, er ist ein Mitspieler. Die Künstler sind nicht eingeladen, einfach ein bestehendes Werk an einen ungewöhnlichen Ort anzupassen, sondern mit dem Ort zu arbeiten. „Ich wollte eine Situation herstellen, wo der Raum seinen Gästen, den Künstlerinnen und Künstlern sozusagen auf Augenhöhe begegnen kann. Sodaß sie mit ihm im Dialog Arbeiten realisieren können, die so nur in Kombination dieses Raumes mit seinen Gästen möglich sind.“ So wie wenn, sagt Uhlig „zwei Künstler – Das KloHäuschen und sein Gast – zusammen an einem Projekt arbeiten.“
Die Wiederherstellung
Auch die Renovierung des kleinen Gebäudes war weniger spektakulär als man es sich so vorstellen könnte. Als Uhlig ihn entdeckte, war der Raum schon wunderschön. „Er mußte nur geputzt werden.“ Die Tür wurde durch eine Acrylglas-Scheibe ersetzt, sodaß Vorbeikommende hereinschauen können. Seitdem streicht Uhlig von Zeit zu Zeit das Innere und kümmert sich außerdem regelmäßig persönlich ums Putzen. Ein Detail, das einen zum Lächeln bringt, aber perfekt zur Philosophie des Projekts paßt: zeitgenössische Kunst, die nicht getrennt vom täglichen Leben stattfindet.
Die KloHäuschen Biennale
Und seit 2009 hat das Ex-Pissoir wirklich unwahrscheinliche Transformationen beherbergt: es wurde zur Grotte, zum Wald, zur Ferienwohnung, zum Naherholungsgebiet, ja sogar zum Bulgarischen Pavillon der Biennale von Venedig. Es wurde zum Blinken, zum Überfluten, zum Schlafen, zum Tönen, zum Tanzen gebracht. Und genau diese Unvorhersehbarkeit ist sein Markenzeichen. Außerdem ändert es einmal alle zwei Jahre seine Regeln und wird ganz offiziell Sitz der KloHäuschen Biennale, die 2012 entstand: 2026 hat gerade ihre 8. Ausgabe stattgefunden.
Jede Biennale, erzählt Uhlig, wird ganz neu aufgebaut und stellt „eine ganz eigene künstlerische Arbeit“ her, mit Künstler*n, Kurator*en und Mitarbeitenden, die aufgerufen sind, sich zu fragen, was Das KloHäuschen benötigt, um seine eigene internationale Kunstausstellung herstellen zu können.

Für seine Betriebskosten wird das KloHäuschen-Projekt vom Kulturreferat der Stadt München gefördert, für größere Initiativen wendet sich Uhlig auch an Kulturstiftungen. Aber das wirkliche Kapital vom KloHäuschen bleibt die Zeit, die benötigt wird, um dem Ort und den Künstler*n zu erlauben, sich ohne vorher festgelegten Zweck zu begegnen.
In fast achtzehn Jahren sind dabei auch lustige Geschichten entstanden: Uhlig erzählt, wie sie manchmal Menschen trifft, die – wenn sie sie erkennen – ausrufen „Ah, Du bist die mit dem KloHäuschen!“, um ihr dann von einer Situation oder einer Arbeit zu erzählen, die sie dort vor Jahren gesehen haben. Eine Reaktion hat sie dabei am meisten berührt: Eine junge Frau von ungefähr 19 oder 20 Jahren, die sie vor ungefähr 2 Jahren traf, sagte zu ihr: „Das KloHäuschen? Aber das gibt’s doch schon immer!“ Die Frau hatte als Kind im Viertel gelebt und erinnerte sich, wie sie immer an dem Ort vorbeikam und beobachtete was dort geschah. „Die Vorstellung, daß es jemanden gibt, für den Das KloHäuschen “schon immer” existiert, hat mich sehr berührt“, erzählt Uhlig. Vielleicht findet sich in diesem Satz die schönste Anerkennung für ein Projekt, das wirklich aus dem Wunsch entstanden ist, der Stadt einen Ort zurückzugeben.
Aktuell beherbergt das kleine Pissoir die Arbeit „Platzhalter / Front Row“ der Münchner Künstlerin Gabi Blum, eine Ausstellung, die quasi per Zufall entstanden ist – und genau deshalb perfekt in Einklang mit dem KloHäuschen: Die Künstlerin hatte die Installation für die Regensburger „Donumenta 14“ konzipiert, aber die Präsentation der Arbeit im Öffentlichen Raum wurde seitens der Stadt frühzeitig beendet. Dem KloHäuschen, das selber unvorhergesehen über den Sommer plötzlich ohne Gast dastand, flog diese Geschichte zu und es lud Blum ein, die Arbeit nach München zu transferieren.
Das Ergebnis, beobachtet Anja Uhlig, ist überraschend: die Arbeit, die an sich für einen anderen Kontext gemacht wurde, scheint in die kleine Umgebung hineinzupassen, „als ob beide – Das KloHäuschen und „Platzhalter / Front Row“ – sich schon vorher verabredet hätten.“ Eine eindeutige Erklärung, die das Publikum mit nach Hause nehmen soll, gibt es wiederum nicht. „Was die Besucher* dann für sich mitnehmen oder erkennen – aus der Geschichte oder aus der Situation, die Gabi Blum jetzt hier geschaffen hat -, das weiß ich natürlich nicht“, gibt Uhlig zu. Und genau das ist wie sie sagt auch das Tolle: jede Person kann ihren „ganz individuellen Zugang“ finden und sich ihre eigenen Gedanken machen.
Bilder
(kursiv die Fotograf*en als Anmerkung):
Oben das alte Herrenpissoir in München (Foto: Das KloHäuschen),
rechts Anja Uhlig (Foto: Stefan Hagen),
darunter der aktuelle Gast „Platzhalter / Front Row“, eine Arbeit der Münchner Künstlerin Gabi Blum, die gerade im KloHäuschen zu Gast ist (Foto: Gabi Blum),
ganz unten das Gebäude (Foto: Das KloHäuschen)

Verbindungen …
Link zur Arbeit Platzhalter / Front Row von Gabi Blum:

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